Scritto da Leonardo De Nicola
Educazione, passione sportiva, competenza, correttezza: quattro condizioni che appaiono imprescindibili per un calcio finalmente diverso. E oggi mi fanno sorridere i presidenti o i fondi di investimento che recitano la parte delle vittime e non dei protagonisti in negativo: sono loro che hanno riempito di stranieri inutili i club, sono loro che da anni pagano fior di commissioni ai procuratori (anche a ragazzi di 14 anni), sono loro che fino a pochi giorni fa chiedevano un indennizzo per i calciatori che andavano in nazionale, sono sempre loro che non hanno concesso un minuto in più al di là del necessario alla nazionale. Nazionale che, beninteso, fino a 48 ore fa non interessava quasi a nessuno e di cui oggi tutti si ergono a medici e consiglieri, nei social e fuori. Partendo dalla politica e dalle massime autorità dello Stato che non hanno perso tempo per farci conoscere le proprie opinioni. Gravina, Gattuso e company sono stati investiti di un compito messianico e francamente retorico: “restituite l’Italia ai ragazzi”, “intere generazioni non hanno visto gli azzurri ai mondiali” e via discorrendo, come se francamente ai nostri giovani non interessasse maggiormente un lavoro certo e meno precario.
Il congedo del presidente federale, del commissario tecnico e di Buffon è un atto doveroso di fronte all’ennesima debacle sportiva, ma che non risolve il problema.
Il 98 per cento dei consensi avuti da Gravina alle ultime elezioni ha avuto più il potere di imbrigliarlo attraverso gli scambi di cortesie, impedendo qualsiasi utile riforma e, soprattutto, un rapporto franco e deciso con la Lega di Serie A.
Quello che si chiede al nuovo presidente che verrà fuori dalle elezioni di giugno, sia Malagò o chi per lui, è autorevolezza innanzitutto e che la nazionale recuperi in parte ciò che le spetta.
Ma, dicevamo, il calcio va riformato e soprattutto devono essere ricreate le condizioni che sono venute a mancare da molti anni, incominciando dalle strutture e dagli stadi: ed è una cosa, guardate, non secondaria e di cui siamo diretti testimoni in negativo anche dalle nostre parti.
Colpevolizzare poi solo il cosiddetto calcio di “vertice” è un altro grave errore: vogliamo parlare dei nostri settori giovanili, di come vengono usati oramai (e cioè da bancomat generali) e da quello che accade quasi alla luce del sole in un sistema discutibile e semi criminoso che penalizza i meriti, l’impegno, lo sport con la S maiuscola, a favore di chi magari porta acqua e altro al mulino. Un fenomeno che non riguarda soltanto il pallone: pensiamo, per esempio, quanti e quali corridori siano passati negli ultimi anni al professionismo e, soprattutto, per quali meriti…
I settori giovanili calcistici meriterebbero un capitolo a parte, fra rette mensili, campus estivi (a volte basta mettere il marchio di una società illustre per fare abboccare) e tutto il resto, senza considerare che il calcio e lo sport in genere “a pagamento” di fatto taglia ormai fuori una larga fetta di ragazzi provenienti da famiglie meno abbienti: ed è un altro dato non trascurabile affatto.
Lo schema per tornare a vincere lo può determinare, più che la vetusta scuola allenatori di Coverciano, un vero cambio di mentalità e un recupero dell’autentica cultura sportiva, in primis dei dirigenti. E lo schema è meglio che lo studi e lo attui il mondo sportivo invece della politica, mai così pronta a pontificare.
In queste ore si sono mossi tutti, a partire dal ministro Andrea Abodi, ex curvaiolo laziale, tendenzialmente tranquillo ma oggi apparso molto determinato, tanto che c’è chi sostiene abbia già i suoi candidati.
Ma, ora o mai più, il calcio deve cambiare, a Roma, Milano, San Giovanni e Montevarchi. E forse un po’ anche gli stessi tifosi. Perché si ricostruisce dalle fondamenta e non dall’attico. Sempre, anche in tempi molto diversi, solo pensando a 20-25 anni fa.
Un fatto poi meramente statistico: nel 2025 sono nati in Italia 185 mila bambini di sesso maschile, 100 mila — e dico 100 mila — in meno dell’anno 2000. Questo ovviamente pone un problema di reclutamento, tenuto conto oggi anche della capacità attrattiva che, per fortuna, esercitano altri sport.